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Corte di Giustizia Europea: Medici Specializzandi "a cavallo" riconoscimento adeguata remunerazione

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CORTE DI GIUSTIZIA DELL'UNIONE EUROPEA

Ottava Sezione

Sentenza 24 gennaio 2018 (*)
 
«Rinvio pregiudiziale – Coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative per le attività di medico – Direttive 75/363/CEE e 82/76/CEE – Formazione come medico specialista – Remunerazione adeguata – Applicazione della direttiva 82/76/CEE alle formazioni iniziate prima del termine assegnato agli Stati membri per la trasposizione di questa direttiva e terminate dopo tale data»
 

Nelle cause riunite C‑616/16 e C‑617/16,

aventi ad oggetto le domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla Corte suprema di cassazione (Italia), con ordinanze del 5 luglio 2016, pervenute in cancelleria il 28 novembre 2016, nei procedimenti

Presidenza del Consiglio dei Ministri,

Università degli Studi di Palermo,

Ministero della Salute,

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca,

Ministero del Tesoro

contro

Gianni P.,

Angelo T.,

Maria Michela D.,

Nello G.,

Carmela A. (C‑616/16),

Giovanna C.,

Maria Concetta P.,

Antonio M.,

Vito M.,

Olga G.,

Emilio N.,

Maria C.,

Massimo G.,

Giovanna P.,

Giambattista G. (C‑617/16),

LA CORTE (Ottava Sezione),


composta da J. Malenovský, presidente di sezione, M. Safjan (relatore) e M. Vilaras, giudici,

avvocato generale: Y. Bot

cancelliere: A. Calot Escobar

vista la fase scritta del procedimento,

considerate le osservazioni presentate:

– per G. C. e a., da F. Mazzarella e G. Mazzarella, avvocati;

– per il governo italiano, da G. Palmieri, in qualità di agente, assistita da G. Pignatone e B. Tidore, avvocati dello Stato;

– per la Commissione europea, da H. Støvlbæk e L. Malferrari, in qualità di agenti,

vista la decisione, adottata dopo aver sentito l’avvocato generale, di giudicare la causa senza conclusioni,

ha pronunciato la seguente

Sentenza


1 Le domande di pronuncia pregiudiziale vertono sull’interpretazione della direttiva 75/363/CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975, concernente il coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative per le attività di medico (GU 1975, L 167, pag. 14), come modificata dalla direttiva 82/76/CEE del Consiglio, del 26 gennaio 1982 (GU 1982, L 43, pag. 21) (in prosieguo: la «direttiva 75/363 come modificata»).

2 Tali domande sono state presentate nell’ambito di controversie che oppongono la Presidenza del Consiglio dei Ministri (Italia), l’Università degli Studi di Palermo (Italia), il Ministero della Salute (Italia), il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Italia) e il Ministero del Tesoro (Italia) ad alcuni medici specialisti, e vertenti, in via principale, sul pagamento a questi ultimi di una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato della direttiva 75/363 come modificata, o, in via subordinata, sul risarcimento dei danni subiti dai predetti a motivo della mancanza di una trasposizione adeguata e tempestiva della direttiva 82/76.

 Contesto normativo

 Diritto dell’Unione

 Direttiva 75/363

3 L’articolo 2, paragrafo 1, della direttiva 75/363 recitava:

«Gli Stati membri vigilano affinché la formazione che permette il conseguimento di un diploma, certificato o altro titolo di medico specialista, risponda almeno alle seguenti condizioni:

a)   essa presuppone il compimento di sei anni di studi svolti con successo nell’ambito del ciclo di formazione di cui all’articolo 1;

b)   essa comprende un insegnamento teorico e pratico;

c)   essa si svolge a tempo pieno, sotto controllo delle autorità o degli enti competenti;

d)   essa si compie in un centro universitario, in un centro ospedaliero e universitario o, eventualmente, in un istituto di cura abilitato a tal fine dalle autorità o dagli enti competenti;

e)   essa richiede una partecipazione personale del medico candidato alla specializzazione, all’attività e alle responsabilità dei servizi di cui trattasi».

4 L’articolo 3 di detta direttiva così disponeva:

«1.   Fermo restando il principio della formazione a tempo pieno enunciato nell’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), e in attesa delle decisioni che il Consiglio deve prendere in conformità del paragrafo 3, gli Stati membri possono autorizzare una formazione specializzata a tempo ridotto alle condizioni ammesse dalle autorità nazionali competenti, quando, per giustificati motivi, non sia realizzabile una formazione a tempo pieno.

2.   La durata complessiva della formazione specializzata non deve risultare abbreviata dalle misure di cui al paragrafo 1. Il livello della formazione non deve essere compromesso né per il fatto che si tratti di una formazione a tempo ridotto, né dall’esercizio di un’attività professionale lucrativa svolta a titolo privato.

3.   Al più tardi quattro anni dopo la notifica della presente direttiva, il Consiglio, sulla base di un riesame della situazione e su proposta della Commissione, tenuto conto del fatto che la possibilità di una formazione a tempo ridotto dovrebbe continuare a sussistere in determinate circostanze da esaminarsi, specializzazione per specializzazione, decide se le disposizioni dei paragrafi 1 e 2 debbano essere mantenute o modificate».

5 L’articolo 7 della direttiva di cui sopra era formulato nei seguenti termini:

«A titolo transitorio e in deroga all’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), e all’articolo 3, gli Stati membri le cui disposizioni legislative, regolamentari e amministrative prevedono un metodo di formazione specializzata a tempo ridotto al momento della notifica della presente direttiva, possono mantenere l’applicazione di tali disposizioni a coloro che abbiano iniziato il ciclo di formazione di medico specialista al più tardi quattro anni dopo la notifica della direttiva stessa. Questo periodo potrà essere prolungato qualora il Consiglio non abbia preso decisioni ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 3».

6 La direttiva 75/363 è stata notificata agli Stati membri il 20 giugno 1976.

 Direttiva 82/76

7 Ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 1, della direttiva 82/76, l’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), della direttiva 75/363 è stato sostituito dal seguente testo:

«c)   essa si svolge a tempo pieno e sotto il controllo delle autorità o degli enti competenti, conformemente al punto 1 dell’allegato».

8 In virtù dell’articolo 10 della direttiva 82/76, l’articolo 3 della direttiva 75/363 è stato sostituito dal seguente testo:

«1.   Fermo restando il principio della formazione a tempo pieno, enunciato nell’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), e in attesa delle decisioni che il Consiglio deve prendere conformemente al paragrafo 3, gli Stati membri possono autorizzare una formazione specializzata a tempo ridotto, alle condizioni ammesse dalle autorità nazionali competenti, quando, per casi singoli giustificati, non sia realizzabile una formazione a tempo pieno.

2.   La formazione a tempo ridotto deve essere impartita conformemente al punto 2 dell’allegato ed il suo livello deve corrispondere qualitativamente a quello della formazione a tempo pieno. Tale livello non deve essere compromesso né dal fatto che si tratta di una formazione a tempo ridotto né dall’esercizio a titolo privato di un’attività professionale rimunerata.

La durata complessiva della formazione specializzata non può essere abbreviata in ragione del fatto che è effettuata a tempo ridotto.

3.   Al più tardi il 25 gennaio 1989, il Consiglio, sulla base di un riesame della situazione e su proposta della Commissione, tenuto conto del fatto che la possibilità di una formazione a tempo ridotto dovrebbe continuare a sussistere in determinate circostanze da esaminarsi specializzazione per specializzazione, decide se le disposizioni dei paragrafi 1 e 2 debbano essere mantenute o modificate».

9 A norma dell’articolo 12 della direttiva 82/76, l’articolo 7 della direttiva 75/363 è stato sostituito dal seguente testo:

«In via transitoria e in deroga [a]ll’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), e [a]ll’articolo 3, gli Stati membri le cui disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative prevedevano, al momento della notifica [della direttiva 75/363], una formazione specializzata a tempo ridotto, possono continuare ad applicare tali disposizioni ai candidati che abbiano iniziato la loro formazione di medici specialisti al più tardi il 31 dicembre 1983.

Ciascuno Stato membro ospitante è autorizzato ad esigere dai beneficiari della deroga di cui al primo comma che i loro diplomi, certificati e altri titoli siano accompagnati da un attestato che certifichi che essi si sono dedicati effettivamente e lecitamente, a titolo di medici specialisti, all’attività in questione durante almeno tre anni consecutivi nel corso dei cinque anni precedenti il rilascio dell’attestato».

10   L’articolo 13 della direttiva 82/76 ha aggiunto alla direttiva 75/363 un allegato, intitolato «Caratteristiche della formazione a tempo pieno e della formazione a tempo ridotto dei medici specialisti». Tale allegato così disponeva:

«1.   Formazione a tempo pieno dei medici specialisti

Essa si effettua in posti di formazione specifici riconosciuti dalle autorità competenti.

Essa implica la partecipazione alla totalità delle attività mediche del servizio nel quale si effettua la formazione, comprese le guardie, in modo che lo specialista in via di formazione dedichi a tale formazione pratica e teorica tutta la sua attività professionale per l’intera durata della normale settimana lavorativa e per tutta la durata dell’anno, secondo le modalità fissate dalle autorità competenti. Tale formazione forma pertanto oggetto di una adeguata rimunerazione.

La formazione può essere interrotta per motivi quali servizio militare, missioni scientifiche, gravidanza, malattia. La durata totale della formazione non può essere ridotta a causa delle interruzioni.

2.   Formazione a tempo ridotto dei medici specialisti

Essa risponde alle stesse esigenze della formazione a tempo pieno, dalla quale si distingue unicamente per la possibilità di limitare la partecipazione alle attività mediche ad una durata corrispondente perlomeno alla metà di quella prevista al punto 1, secondo comma.

La autorità competenti vigilano affinché la durata totale e la qualità della formazione a tempo ridotto degli specialisti non siano inferiori a quelle della formazione a tempo pieno.

Tale formazione a tempo ridotto forma quindi oggetto di una rimunerazione adeguata».

11   L’articolo 14 della direttiva 82/76 disponeva quanto segue:

«Le formazioni a tempo ridotto di medici specialisti iniziate prima del 1° gennaio 1983, in applicazione dell’articolo 3 della direttiva 75/363/CEE, possono essere completate conformemente a tale articolo».

12   Ai sensi dell’articolo 16 della direttiva 82/76:

«Gli Stati membri adottano le misure necessarie per conformarsi alla presente direttiva entro e non oltre il 31 dicembre 1982. Essi ne informano immediatamente la Commissione».

13   La direttiva 82/76 è stata notificata agli Stati membri il 29 gennaio 1982 ed è entrata in vigore quello stesso giorno, in conformità dell’articolo 191, secondo comma, del Trattato CEE.

14   La direttiva 75/363 come modificata è stata abrogata il 15 aprile 1993 dalla direttiva 93/16/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, intesa ad agevolare la libera circolazione dei medici e il reciproco riconoscimento dei loro diplomi, certificati ed altri titoli (GU 1993, L 165, pag. 1), direttiva quest’ultima a sua volta abrogata dalla direttiva 2005/36/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 settembre 2005, relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali (GU 2005, L 255, pag. 22).

 Diritto italiano

15   La direttiva 82/76 è stata trasposta nell’ordinamento italiano dal decreto legislativo dell’8 agosto 1991, n. 257, intitolato «Attuazione della direttiva n. 82/76/CEE del Consiglio del 26 gennaio 1982, recante modifica di precedenti direttive in tema di formazione dei medici specialisti, a norma dell’art. 6 della legge 29 dicembre 1990, n. 428» (GURI del 16 agosto 1991, n. 191; in prosieguo: il «decreto legislativo n. 257»). Questo decreto legislativo è entrato in vigore quindici giorni dopo la data della sua pubblicazione ed è stato successivamente sostituito dal decreto legislativo del 17 agosto 1999, n. 368, intitolato «Attuazione della direttiva 93/16/CEE in materia di libera circolazione dei medici e di reciproco riconoscimento dei loro diplomi, certificati ed altri titoli e delle direttive 97/50/CE, 98/21/CE, 98/63/CE e 99/46/CE che modificano la direttiva 93/16/CEE» (supplemento ordinario alla GURI del 23 ottobre 1999, n. 250).

16   L’articolo 8.2 del decreto legislativo n. 257 prevedeva che le disposizioni di quest’ultimo si applicassero a partire dall’anno accademico 1991/1992.

 Procedimenti principali e questioni pregiudiziali

17   I medici che hanno instaurato le controversie di cui ai procedimenti principali hanno seguito in Italia, negli anni dal 1982 al 1990, delle formazioni come medici specialisti.

18   Il 16 febbraio 2001 (causa C‑617/16) e il 18 marzo 2003 (causa C‑616/16), essi hanno presentato dinanzi al Tribunale di Palermo (Italia) dei ricorsi contro l’Università di Palermo, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il Ministero della Salute, il Ministero del Tesoro e la Presidenza del Consiglio dei ministri.

19   Tali medici hanno chiesto, in via principale, la condanna dell’università e delle amministrazioni statali suddette al pagamento a loro favore di una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato della direttiva 75/363 come modificata, in virtù delle formazioni come medici specialisti che essi avevano compiuto. In subordine, essi hanno chiesto il risarcimento dei danni subiti a motivo della mancata trasposizione adeguata e tempestiva della direttiva 82/76.

20   Con sentenze in data 27 aprile e 17 giugno 2006 (causa C‑616/16), nonché 30 aprile e 28 maggio 2007 (causa C‑617/16), il Tribunale di Palermo ha respinto le domande di cui sopra.

21   Investita di ricorsi di appello proposti contro tali sentenze, la Corte d’appello di Palermo (Italia), con sentenze in data 18 luglio e 27 settembre 2012 (causa C‑616/16) e 10 ottobre 2012 (causa C‑617/16), ha condannato la Presidenza del Consiglio dei ministri a pagare a ciascuno dei medici interessati la somma di EUR 11 103,82 (causa C‑616/16) e di EUR 6 713,93 (causa C‑617/16), oltre agli interessi legali.

22   Tanto la Presidenza del Consiglio dei ministri quanto alcune altre parti dei procedimenti principali hanno proposto ricorsi in cassazione contro le summenzionate sentenze di appello.

23   Il giudice del rinvio constata che i procedimenti principali vertono sulla valutazione del regime giuridico applicabile alle formazioni di medici specialisti che sono iniziate prima del 31 dicembre 1982 e che hanno avuto termine dopo tale data.

24   Ritenendo che la soluzione delle controversie di cui ai procedimenti principali dipendesse dall’interpretazione della direttiva 75/363 come modificata, la Corte suprema di cassazione (Italia) ha deciso di sospendere i procedimenti e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali, redatte in termini identici nella causa C‑616/16 e nella causa C‑617/16:

«1)   Se la [direttiva 75/363 come modificata] debba essere interpretata nel senso che rientrino nel suo ambito di applicazione anche le formazioni di medici specialisti, sia a tempo pieno che a tempo ridotto, già in corso e proseguite oltre il 31 dicembre 1982, termine fissato agli Stati membri dall’articolo 16 della direttiva [82/76] per adottare le misure necessarie per conformarsi.

In caso di risposta affermativa al quesito sub 1):

2)   se l’allegato, aggiunto alla direttiva [75/363] dall’articolo 13 della direttiva [82/76], debba essere interpretato nel senso che per i corsi di formazione specialistica già iniziati alla data del 31 dicembre 1982 l’insorgenza dell’obbligo di remunerazione adeguata per i medici specializzandi dipenda dall’assolvimento dell’obbligo di riorganizzazione o comunque di verifica di compatibilità con le prescrizioni delle predette direttive;

3)   se in favore dei medici che abbiano conseguito specializzazioni frequentando corsi di formazione che avevano già avuto inizio ma non erano ancora conclusi al l° gennaio 1983, sia insorto o meno l’obbligo di adeguata remunerazione per l’intera durata del corso o per il solo periodo di tempo successivo al 31 dicembre 1982 ed a quali eventuali condizioni».

25   Con decisione del presidente della Corte in data 16 dicembre 2016, le cause C‑616/16 e C‑617/16 sono state riunite ai fini della fase scritta e della fase orale del procedimento nonché della sentenza.

 Sulle questioni pregiudiziali

 Sulla prima questione

26   Con la sua prima questione, il giudice del rinvio desidera sapere, in sostanza, se l’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), l’articolo 3, paragrafi 1 e 2, nonché l’allegato della direttiva 75/363 come modificata debbano essere interpretati nel senso che qualsiasi periodo di formazione a tempo pieno o a tempo ridotto come medico specialista iniziato nel corso dell’anno 1982 e proseguito fino all’anno 1990 deve essere oggetto di una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato suddetto.

27   Occorre ricordare, anzitutto, che, in applicazione delle disposizioni menzionate al punto precedente, abrogate il 15 aprile 1993 dalla direttiva 93/16, le formazioni che permettono di conseguire un diploma, un certificato o un altro titolo di medico specialista, effettuate a tempo pieno o a tempo ridotto, devono di norma essere oggetto di una remunerazione adeguata.

28   Occorre poi ricordare che l’obbligo, per gli Stati membri, di garantire una remunerazione adeguata si applica soltanto in riferimento alle specializzazioni mediche comuni a tutti gli Stati membri ovvero a due o più di essi e menzionate negli articoli 5 o 7 della direttiva 75/362/CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975, concernente il reciproco riconoscimento dei diplomi, certificati ed altri titoli di medico e comportante misure destinate ad agevolare l’esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione dei servizi (GU 1975, L 167, pag. 1) (v., in tal senso, sentenza del 3 ottobre 2000, Gozza e a., C‑371/97, EU:C:2000:526, punto 35 nonché la giurisprudenza ivi citata).

29   Risulta da una consolidata giurisprudenza della Corte che tale obbligo di procedere alla remunerazione dei periodi di formazione relativi alle specializzazioni mediche, previsto dall’allegato della direttiva 75/363 come modificata, è, come tale, incondizionato e sufficientemente preciso (v., in tal senso, sentenze del 25 febbraio 1999, Carbonari e a., C‑131/97, EU:C:1999:98, punto 44, nonché del 3 ottobre 2000, Gozza e a., C‑371/97, EU:C:2000:526, punti 34 e 41).

30   In proposito, occorre rilevare che l’obbligo suddetto, inizialmente non previsto dalla direttiva 75/363, è stato introdotto dalla direttiva 82/76, che è entrata in vigore il 29 gennaio 1982 ed alla quale gli Stati membri erano tenuti a conformarsi entro e non oltre il 31 dicembre 1982 a norma dell’articolo 16 della direttiva stessa.

31   La direttiva 82/76 è stata trasposta nell’ordinamento italiano dal decreto legislativo n. 257, il quale è entrato in vigore quindici giorni dopo la data della sua pubblicazione, avvenuta il 16 agosto 1991.

32   Invero, l’articolo 14 della direttiva 82/76 ha previsto che le formazioni a tempo ridotto dei medici specialisti iniziate prima del 1° gennaio 1983 in applicazione dell’articolo 3 della direttiva 75/363 avrebbero potuto essere completate conformemente a tale articolo 3.

33   Tuttavia, come rilevato dalla Commissione nelle sue osservazioni scritte, la norma transitoria prevista dall’articolo 14 della direttiva 82/76 riguardava la legittimità stessa di tali formazioni a tempo ridotto di medici specialisti, e non l’obbligo di remunerare le stesse.

34   Infatti, la possibilità per gli Stati membri di autorizzare le formazioni a tempo ridotto di medici specialisti era già prevista, all’articolo 3 della direttiva 75/363, come un’eccezione all’obbligo di effettuare tali formazioni a tempo pieno, con la precisazione che la necessità di mantenere tale eccezione era sottoposta a un riesame periodico da parte del legislatore dell’Unione.

35   Allo stesso modo, neppure può ritenersi che la norma transitoria riguardante le formazioni a tempo ridotto dei medici specialisti, prevista all’articolo 12 della direttiva 82/76, che ha modificato l’articolo 7 della direttiva 75/363, abbia limitato nel tempo l’obbligo di corrispondere una remunerazione adeguata per le formazioni.

36   Tale interpretazione è corroborata dai lavori preparatori della direttiva 82/76. Infatti, dai punti 4 e 8 del titolo II del preambolo della proposta di direttiva del Consiglio recante modifiche alla direttiva 75/362 e alla direttiva 75/363 [COM (80) 914 def.], all’origine della direttiva 82/76, risulta che le due disposizioni transitorie menzionate ai punti 33 e 35 della presente sentenza sono state previste nell’interesse dei medici che hanno iniziato la propria formazione prima della scadenza del termine di trasposizione di quest’ultima direttiva, al fine di assicurare la continuità di tale formazione.

37   Alla luce delle considerazioni sopra svolte, non risulta dalla direttiva 75/363 come modificata che l’obbligo imposto agli Stati membri di procedere ad una remunerazione adeguata dei periodi di formazione a tempo pieno e a tempo ridotto come medico specialista non trovi applicazione a quelle tra tali formazioni che siano iniziate prima della scadenza, il 1° gennaio 1983, del termine di trasposizione della direttiva 82/76 e che siano proseguite dopo questa data.

38   Alla luce di tali circostanze, occorre rispondere alla prima questione dichiarando che l’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), l’articolo 3, paragrafi 1 e 2, nonché l’allegato della direttiva 75/363 come modificata devono essere interpretati nel senso che qualsiasi formazione a tempo pieno o a tempo ridotto come medico specialista iniziata nel corso dell’anno 1982 e proseguita fino all’anno 1990 deve essere oggetto di una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato suddetto, a condizione che tale formazione riguardi una specializzazione medica comune a tutti gli Stati membri ovvero a due o più di essi e menzionata negli articoli 5 o 7 della direttiva 75/362.

 Sulla seconda questione

39   Con la sua seconda questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), l’articolo 3, paragrafi 1 e 2, nonché l’allegato della direttiva 75/363 come modificata debbano essere interpretati nel senso che l’esistenza dell’obbligo, per uno Stato membro, di prevedere una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato suddetto, per qualsiasi formazione a tempo pieno o a tempo ridotto come medico specialista iniziata nel corso dell’anno 1982 e proseguita fino all’anno 1990 dipende dall’adozione, da parte di tale Stato, delle misure di trasposizione della direttiva 82/76, nonché dall’attuazione effettiva di tali misure.

40   A questo proposito, conformemente alla giurisprudenza della Corte ricordata al punto 29 della presente sentenza, l’obbligo di prevedere una remunerazione adeguata, previsto dalla direttiva 75/363 come modificata, è, come tale, incondizionato e sufficientemente preciso.

41   Indubbiamente, da tale giurisprudenza risulta che la direttiva 75/363 come modificata non reca alcuna definizione né per quanto riguarda la remunerazione da considerarsi adeguata né in merito ai metodi di fissazione di tale remunerazione. Simili definizioni rientrano, in linea di principio, nella competenza degli Stati membri, i quali devono, in questo settore, adottare misure di attuazione particolari (v., in tal senso, sentenze del 25 febbraio 1999, Carbonari e a., C‑131/97, EU:C:1999:98, punto 45, nonché del 3 ottobre 2000, Gozza e a., C‑371/97, EU:C:2000:526, punto 36).

42   Tuttavia, la Corte ha già statuito che l’obbligo degli Stati membri, risultante da una direttiva, di raggiungere il risultato previsto da quest’ultima, nonché il loro dovere di adottare qualsiasi misura a carattere generale o particolare idonea ad assicurare l’esecuzione di tale obbligo, si impongono a tutte le autorità degli Stati membri, ivi comprese, nell’ambito delle loro competenze, le autorità giurisdizionali. Dunque, nell’applicare il diritto nazionale, e in particolare le disposizioni di una legge che siano state specificamente introdotte al fine di assicurare la trasposizione di una direttiva, il giudice nazionale deve interpretare il proprio diritto interno quanto più possibile alla luce del tenore letterale e della finalità della direttiva medesima allo scopo di raggiungere il risultato perseguito da quest’ultima (v., in tal senso, sentenza del 25 febbraio 1999, Carbonari e a., C‑131/97, EU:C:1999:98, punto 48 nonché la giurisprudenza ivi citata).

43   Nel caso di specie, come si è ricordato al punto 31 della presente sentenza, la direttiva 82/76 è stata trasposta nell’ordinamento italiano dal decreto legislativo n. 257, il quale è entrato in vigore quindici giorni dopo la data della sua pubblicazione, avvenuta il 16 agosto 1991.

44   In occasione, in particolare, di rinvii pregiudiziali effettuati ai fini dell’interpretazione della direttiva 75/363 come modificata, la Corte ha statuito che un giudice nazionale è tenuto, quando applica disposizioni di diritto nazionale precedenti o successive ad una direttiva, ad interpretarle, quanto più possibile, alla luce del tenore letterale e della finalità di questa direttiva (sentenze del 25 febbraio 1999, Carbonari e a., C‑131/97, EU:C:1999:98, punto 54, nonché del 3 ottobre 2000, Gozza e a., C‑371/97, EU:C:2000:526, punto 45).

45   Sul punto, occorre ricordare che, anche in assenza di specifiche misure nazionali di trasposizione di una direttiva, spetta al giudice nazionale interpretare il diritto nazionale quanto più possibile alla luce del tenore letterale e della finalità della direttiva in questione, in modo da raggiungere il risultato perseguito da quest’ultima, ciò che esige che detto giudice faccia tutto quanto gli compete prendendo in considerazione il diritto interno nella sua globalità e applicando i metodi di interpretazione riconosciuti da tale diritto (v., in tal senso, sentenza del 18 dicembre 2014, Schoenimport «Italmoda» Mariano Previti e a., C‑131/13, C‑163/13 e C‑164/13, EU:C:2014:2455, punto 52 nonché la giurisprudenza ivi citata).

46   Per quanto riguarda la finalità dell’allegato della direttiva 75/363 come modificata, la Corte ha già statuito che esso mira a garantire che i medici in questione dedichino alla loro formazione pratica e teorica tutta la propria attività professionale per tutta la durata della settimana lavorativa oppure, nel caso degli specialisti in formazione a tempo ridotto, una parte significativa di quest’ultima (v., in tal senso, sentenze del 25 febbraio 1999, Carbonari e a., C‑131/97, EU:C:1999:98, punto 33, nonché del 3 ottobre 2000, Gozza e a., C‑371/97, EU:C:2000:526, punto 43).

47   Pertanto, nel procedere all’interpretazione del diritto nazionale in conformità alla direttiva 75/363 come modificata, il giudice nazionale deve tener conto della finalità di tale direttiva, ricordata al punto precedente. A questo proposito, al fine di determinare il livello e i metodi di fissazione di una remunerazione adeguata per il periodo antecedente alla trasposizione nell’ordinamento italiano della direttiva 82/76, occorre prendere in considerazione, in particolare, le soluzioni fornite al riguardo nella normativa nazionale di trasposizione di tale direttiva.

48   Come risulta dalla risposta fornita alla prima questione pregiudiziale, l’obbligo di riconoscere ai medici di cui trattasi una remunerazione adeguata si estende a qualsiasi formazione a tempo pieno o a tempo ridotto come medico specialista iniziata nel corso dell’anno 1982 e proseguita fino all’anno 1990.

49   Occorre ricordare come la Corte abbia più volte statuito che, nel caso in cui il risultato prescritto da tale direttiva non possa essere raggiunto per via interpretativa, prendendo in considerazione il diritto interno nella sua globalità e applicando i metodi di interpretazione da questo riconosciuti, il diritto dell’Unione impone agli Stati membri di risarcire i danni che essi abbiano causato ai singoli in ragione della mancata trasposizione della direttiva in parola, purché siano soddisfatte tre condizioni, vale a dire che la norma giuridica violata sia preordinata a conferire ai singoli determinati diritti il cui contenuto può essere identificato, che la violazione sia sufficientemente qualificata, e che esista un nesso di causalità diretto tra la violazione dell’obbligo che incombe allo Stato e il danno subìto dai soggetti lesi (v., in tal senso, sentenza del 25 febbraio 1999, Carbonari e a., C‑131/97, EU:C:1999:98, punto 52).

50   A questo proposito, l’applicazione retroattiva e completa delle misure di attuazione della direttiva 82/76 permetterà di rimediare alle conseguenze pregiudizievoli della tardiva attuazione di quest’ultima, a condizione che tale direttiva sia stata regolarmente trasposta. Tuttavia, spetta al giudice nazionale assicurare che il risarcimento del danno subìto dai beneficiari sia congruo. Un’applicazione retroattiva, regolare e completa delle misure di attuazione della direttiva 82/76 sarà a tal fine sufficiente, salvo che i beneficiari dimostrino l’esistenza di perdite supplementari che essi hanno subìto per il fatto di non aver potuto beneficiare nel momento previsto dei vantaggi pecuniari garantiti dalla direttiva in parola e le quali andrebbero dunque parimenti risarcite (v., in tal senso, sentenze del 25 febbraio 1999, Carbonari e a., C‑131/97, EU:C:1999:98, punto 53, e del 3 ottobre 2000, Gozza e a., C‑371/97, EU:C:2000:526, punto 39).

51   Alla luce delle considerazioni che precedono, occorre rispondere alla seconda questione dichiarando che l’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), l’articolo 3, paragrafi 1 e 2, nonché l’allegato della direttiva 75/363 come modificata devono essere interpretati nel senso che l’esistenza dell’obbligo, per uno Stato membro, di prevedere una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato suddetto, per qualsiasi formazione a tempo pieno o a tempo ridotto come medico specialista iniziata nel corso dell’anno 1982 e proseguita fino all’anno 1990 non dipende dall’adozione, da parte di tale Stato, di misure di trasposizione della direttiva 82/76. Il giudice nazionale è tenuto, quando applica disposizioni di diritto nazionale, precedenti o successive ad una direttiva, ad interpretarle, quanto più possibile, alla luce del tenore letterale e della finalità di queste direttive. Nel caso in cui, a motivo dell’assenza di misure nazionali di trasposizione della direttiva 82/76, il risultato prescritto da quest’ultima non possa essere raggiunto per via interpretativa prendendo in considerazione il diritto interno nella sua globalità e applicando i metodi di interpretazione da questo riconosciuti, il diritto dell’Unione impone allo Stato membro in questione di risarcire i danni che esso abbia causato ai singoli in ragione della mancata trasposizione della direttiva sopra citata. Spetta al giudice del rinvio verificare se l’insieme delle condizioni enunciate in proposito dalla giurisprudenza della Corte sia soddisfatto affinché, in forza del diritto dell’Unione, sorga la responsabilità di tale Stato membro.

 Sulla terza questione

52   Con la sua terza questione, il giudice del rinvio desidera sapere, in sostanza, se l’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), l’articolo 3, paragrafi 1 e 2, nonché l’allegato della direttiva 75/363 come modificata debbano essere interpretati nel senso che una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato suddetto, per la formazione a tempo pieno e a tempo ridotto dei medici specialisti iniziata nel corso dell’anno 1982 e proseguita fino all’anno 1990 deve essere corrisposta per l’intera durata di tale formazione.

53   A questo proposito, occorre ricordare che, poiché il termine di trasposizione di una direttiva mira, in particolare, a dare agli Stati membri il tempo necessario per adottare le misure destinate al recepimento della direttiva stessa, questi Stati non possono vedersi imputare l’omessa trasposizione della direttiva nel loro ordinamento giuridico prima che il termine di cui sopra sia giunto a scadenza (v., in tal senso, sentenza del 27 ottobre 2016, Milev, C‑439/16 PPU, EU:C:2016:818, punto 30 e la giurisprudenza ivi citata).

54   Nel caso di specie, dal tenore stesso della direttiva 82/76 risulta che gli Stati membri erano tenuti a prendere le misure necessarie per conformarsi a tale direttiva entro e non oltre il 31 dicembre 1982.

55   Indubbiamente, come risulta dalla giurisprudenza dalla Corte, a partire dalla data in cui una direttiva è entrata in vigore, le autorità degli Stati membri e i giudici nazionali devono astenersi per quanto possibile dall’interpretare il diritto nazionale in un modo che rischi di compromettere seriamente, dopo la scadenza del termine di trasposizione di tale direttiva, la realizzazione dell’obiettivo da questa perseguito (sentenza del 27 ottobre 2016, Milev, C‑439/16 PPU, EU:C:2016:818, punto 32 e la giurisprudenza ivi citata).

56   Tuttavia, non è minimamente dimostrato che, nel caso di un periodo di formazione a tempo pieno o a tempo ridotto come medico specialista iniziato nel corso dell’anno 1982 e proseguito fino all’anno 1990, il fatto di prevedere una remunerazione adeguata soltanto per il periodo successivo alla scadenza del termine di trasposizione della direttiva 82/76 rischierebbe di compromettere seriamente l’obiettivo perseguito da quest’ultima.

57   Alla luce di tali circostanze, occorre rispondere alla terza questione dichiarando che l’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), l’articolo 3, paragrafi 1 e 2, nonché l’allegato della direttiva 75/363 come modificata devono essere interpretati nel senso che una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato suddetto, per la formazione a tempo pieno e a tempo ridotto dei medici specialisti iniziata nel corso dell’anno 1982 e proseguita fino all’anno 1990 deve essere corrisposta per il periodo di tale formazione a partire dal 1º gennaio 1983 e fino alla conclusione della formazione stessa.

 Sulle spese

58   Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi, la Corte (Ottava Sezione) dichiara:


1)   L’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), l’articolo 3, paragrafi 1 e 2, nonché l’allegato della direttiva 75/363/CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975, concernente il coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative per le attività di medico, come modificata dalla direttiva 82/76/CEE del Consiglio, del 26 gennaio 1982, devono essere interpretati nel senso che qualsiasi formazione a tempo pieno o a tempo ridotto come medico specialista iniziata nel corso dell’anno 1982 e proseguita fino all’anno 1990 deve essere oggetto di una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato suddetto, a condizione che tale formazione riguardi una specializzazione medica comune a tutti gli Stati membri ovvero a due o più di essi e menzionata negli articoli 5 o 7 della direttiva 75/362/CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975, concernente il reciproco riconoscimento dei diplomi, certificati ed altri titoli di medico e comportante misure destinate ad agevolare l’esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione dei servizi.

2)   L’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), l’articolo 3, paragrafi 1 e 2, nonché l’allegato della direttiva 75/363, come modificata dalla direttiva 82/76, devono essere interpretati nel senso che l’esistenza dell’obbligo, per uno Stato membro, di prevedere una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato suddetto, per qualsiasi formazione a tempo pieno o a tempo ridotto come medico specialista iniziata nel corso dell’anno 1982 e proseguita fino all’anno 1990 non dipende dall’adozione, da parte di tale Stato, di misure di trasposizione della direttiva 82/76. Il giudice nazionale è tenuto, quando applica disposizioni di diritto nazionale, precedenti o successive ad una direttiva, ad interpretarle, quanto più possibile, alla luce del tenore letterale e della finalità di queste direttive. Nel caso in cui, a motivo dell’assenza di misure nazionali di trasposizione della direttiva 82/76, il risultato prescritto da quest’ultima non possa essere raggiunto per via interpretativa prendendo in considerazione il diritto interno nella sua globalità e applicando i metodi di interpretazione da questo riconosciuti, il diritto dell’Unione impone allo Stato membro in questione di risarcire i danni che esso abbia causato ai singoli in ragione della mancata trasposizione della direttiva sopra citata. Spetta al giudice del rinvio verificare se l’insieme delle condizioni enunciate in proposito dalla giurisprudenza della Corte sia soddisfatto affinché, in forza del diritto dell’Unione, sorga la responsabilità di tale Stato membro.

3)   L’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), l’articolo 3, paragrafi 1 e 2, nonché l’allegato della direttiva 75/363, come modificata dalla direttiva 82/76, devono essere interpretati nel senso che una remunerazione adeguata, ai sensi dell’allegato suddetto, per la formazione a tempo pieno e a tempo ridotto dei medici specialisti iniziata nel corso dell’anno 1982 e proseguita fino all’anno 1990 deve essere corrisposta per il periodo di tale formazione a partire dal 1º gennaio 1983 e fino alla conclusione della formazione stessa.

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 08 Marzo 2018 14:30 )
 

Illecito utilizzo Carta Poste Pay: rimborso con interessi e risarcimento danno non patrimoniale

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UFFICIO DEL G1UDICE DI PACE DI ALATRI – sentenza n. 197/2014

REPUBBLICA ITALIANA

In nome del Popolo Italiano

Il Giudice di Pace, Dott. Raffaele Forestiero, nella causa avente n. di R.G. 57/2013 posta in decisione alla udienza del 30.10.14, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa di risarcimento danni vertente tra

Ludovici Luigino rappresentato e difeso giusta procura in atti dall'avv. Biancamaria Carusio ed elettivamente domiciliati presso lo studio in via Crocelle a Porta San Gennaro n. 24 Napoli

parte attrice

CONTRO

POSTE ITALIANE SPA in persona del legale rapp.te p.t. XXXXXXXXXX rappresentata e difesa dall'avv. XXXXXXX giusta procura in atti ed elettivamente domiciliati in ROMA VIALE EUROPA 190

parte convenuta

CONCLUSIONI DELLE PARTI

come da verbale

RAGIONI DELLA DECISIONE

Preliminarmente nel rito, la riforma del processo civile attuata con la Legge n. 69 del i 8.06,09 ha modificato gli art. 132 cpc e 118 disp att. codice proc. civ., disponendo che il contenuto della sentenza art. 132 e. 4 cpc in punto di motivazione contenga: la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione.

Ai sensi delI'art, 58 e. 2 della predetta legge il nuovo art. 132 cpc prevede che le disposizioni sono applicabili ai giudizi pendenti in primo grado alla data della entrate in vigore 4.07.09.

Pertanto non è più necessario dettagliare lo svolgimento del processo e può immediatamente enunciarsi la motivazione della decisione.

Il sig.XXXXXXXXX, attore nel presente procedimento, ha convenuto Poste Italiane S.p.A. per sentirla condannare al risarcimento dei danni patiti in ragione dell'indebito utilizzo della propria carta PostePay, che è stata "svuotata" da terzi tramite illecite transazioni su internet. Tale illecito utilizzo si è verificato in quanto, al tempo in cui si sono verificati, detta PostePay non era munita di un sistema di sicurezza e protezione adeguato agli standard disponibili sul mercato delle transazioni a mezzo carta.

Alla prima udienza dei 7 marzo 2013 l'attore si riportava all'atto di citazione, integrava prova testimoniale, impugnava l'avversa comparsa di costituzione e risposta, e chiedeva rinvio ai sensi dell'art. 320 e.p.c. IV comma; il Giudice, previa verifica del contraddittorio, rinviava all'uopo, all'udienza del 2 maggio 2013. Durante detta udienza, l'attore depositava note ex art. 320 IV co. c.p.c. ed allegati e si procedeva all'escussione dei teste dell'attore, in contraddittorio.

Il teste confermava tutti i 6 capi di prova - pagine 6 e 7 delle note ex art. 320.c.p.c. - in particolare dichiarava "E' vero; tra l'altro proprio ieri ho provato a fare una transazione con la stessa carta (Postapay) sul sito di Trenitalia ed è stato richiesto unicamente il numero di carta, la scadenza, il titolare, ed il codice di tre cifre,.,."

E ancora "E' vero, sono à conoscenza, essendo correntista presso altro istit o di credito, che esiste sul mercato un dispositivo del genere chiamato 3D Secure...".

Il giudizio veniva dunque rinviato al 7.11.2013 in prosieguo di prova.

A detta udienza il teste di Poste Italiane non compariva, per cui veniva accordato un ulteriore rinvio, in prosieguo, alla data dell'8.05,2014, ma neppure in tale udienza il teste della resistente compariva, cosicché entrambi i procuratori delle parti rinunciavano all'escussione del teste della convenuta e la causa veniva rinviata al 30.10.2014 per la precisazione delle conclusioni.

Parte convenuta è un soggetto definibile quale intermediario finanziario, espressamente autorizzato, al pari delle banche, quindi è un soggetto professionista super qualificato che, anche in ragione

della rilevante funzione economico-sociale svolta, deve operare secondo standard di diligenza e professionalità particolarmente elevati e rigorosi.

L'onere della prova è in capo alla parte convenuta. vertendosi in tema di poiché doveva offrire prova contraria in grado di sollevarla L'inadempimento lamentato.

La prova testimoniale ha evidenziato che il sistema di protezione e sicurezza offerto da Poste Italiane S.p.A. per le transazioni con la PostePay, al momento in cui "svuotamento" della carta prepagata del sig. Ltidovici, non era adeguato agli standard disponibili all'epoca.

Infatti, come è stato provato in giudizio dall'attore, sia per testi che per tabulas, due sono i dispositivi di sicurezza che avrebbero potuto essere applicati alle transazioni della PostePay del sig. Ludovici:

I. Il sistema 3D Secure, prevede prima di concludere la transazione l'inserimento di una password personale e fissa, scelta dal titolare della carta di pagamento, password che solo il titolare della carta conosce e che viene inserita nel sistema una volta per tutte. La prova della diponibilità di tale sistema di sicurezza è stata data sia documentalmente, tramite schermate provenienti da siti di altri istituti di credito, sia attraverso la prova testimoniale dalla quale si è evinto altresì che detto sistema non è applicato a tutte le transazioni con la PostePay,

2. Il sistema di Sicurezza Web Poste Pay, invece prevede l'invio di una password sul cellulare del titolare della carta, password generata automaticamente dal transazione e diversa per ogni transazione. Ebbene, anche se tale accorgimento era operante sulla carta dell'attore, il sistema di protezione non era operativo per tutti i siti.

La prova della disponibilità ditale tecnologia, è stata fornita tramite documentazione proveniente dal sito di Poste Italiane ove è chiaramente indicato che tale sistema di sicurezza è valido solo per i pagamenti sui siti di Poste Italiane e non protegge, dunque, tutte le transazioni. E sul punto il teste al primo capo ha confermato di aver acquistato un biglietto sul sito di Trenitalia con la Postepay senza aver dovuto inserire password o codici ma solo i dati presenti sulla Carta.

Conseguentemente Poste Italiane ha lasciato colpevolmente scoperta la Carta Postepay di un più adeguato sistema di protezione e tutela delle transazioni, sistemi che erano di fatto disponibili come tecnologia sul mercato. Conseguentemente non ha tenuto nell'esecuzione del contratto una diligenza adeguata al livello di professionalità che si attende da un operatore qualificato, per cui è responsabile del danno lamentato dal sig. Luigino Ludovici. Ora, come è noto, la parte attrice ha l'onere di provare i fatti di causa. L' istruttoria e i documenti hanno provato la fondatezza della domanda.

Vi è da rilevare il danno non patrimoniale dello stress sofferto dal fatto valutabile ex art 1226 cc in curo 300,00. Vi è una responsabilità documentata e provata.

P.Q.M.

Il Giudice di Pace, definitivamente pronunziando così provvede:

a) Dichiara la responsabilità della convenuta per i danni patiti da parte attrice e la condanna al risarcimento del danno quantificato in curo 555,00 oltre interessi legali ed anatocistici quale rimborso dei prelievi contestati in favore della parte attrice Ludovici Luigino

b) Condanna parte convenuta al pagamento della somma di euro 300,00 per danni non patrimoniali e valutati ex art. 1226 cc

e) Condanna parte convenuta alla rifusione delle spese di lite che liquida in complessive euro 500,00 oltre IVA e CPA come per legge e spese generali in favore del procuratore antistatario.

Alatri, lì 10 novembre 2014

Il giudice di Pace

dott. Raffaele Forestiero  

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 02 Febbraio 2018 15:22 )
 

Spese e competenze ATP conciliativo ex art 696 bis cpc: domanda nel seguente giudizio contenzioso

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RG n. 36210/2012 – sent. 5194/2017

Repert. n. 7987/2017 dei 05/051201

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI NAPOLI

Xl SEZIONE CIVILE

IN COMPOSIZIONE MONOCRAT1CA, IN PERSONA DEL DOTT. PAOLO MARIANI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al N.R.G. 36210/2012

TRA

XXXXXXXXXX, rappresentato e difeso dall'avv. Biancamaria

Carusio presso la quale è elettivamente domiciliato come in atti

ATTRICE

NEI CONFRONTI Dl

Generali Italia Spa. già Ina Assitalia Spa (CE 00885352007), rappresentata e difesa

dall'avv. XXXXXXXXXXXX presso il quale è elettivamente domiciliata come in atti

CONVENUTA

OGGETTO: azione di adempimento contrattuale.

CONCLUSIONI: come da atti di causa e da verbale d'udienza del 09.02.2017.

RAGIONI IN FATTO E DIRITTO DELLA DECISIONE

o

In via preliminare occorre precisare che la seguente sentenza viene redatta nella forma semplificata prevista dall'art. 132 c.p.c., come novellato dall'art. 45 comma 1\7 della legge 69/2009, per cui con riguardo alte domande e alle eccezioni formulate dalle parti ed al fatto e svolgimento del processo si fa rinvio, per quanto non ritenuto strettamente necessario e quindi non di seguito esposto, al contenuto degli atti di causa e dei verbali di udienza.

In fatto l'attore agiva nei confronti della propria assicuratrice per ottenere la condanna dì quest'ultima al pagamento dell'indennizzo assicurativo per i danni da infiltrazione subiti da appartamento di sua proprietà in conseguenza di perdita di acqua dovuta alta rottura di tubazioni sovrastanti l'immobile medesimo, e manifestatesi a partire dall'ultima settimana del mese di febbraio 2012.

Si costituiva la compagnia assicuratrice che non contestava la sussistenza del rapporto assicurativo atta data dell'evento dannoso, ma deduceva che il danno non era coperto dalla polizza in quanto dovuto non a rotture accidentali delle tubazioni, bensì ad uno stato di degrado riconducibile ad omessa manutenzione. Eccepiva inoltre che alla data di accesso delta propria fiduciaria Fepass l'immobile risultava ristrutturato senza più alcuna traccia delle tubazioni danneggiate. In subordine impugnava anche nel quantum la richiesta di indennizzo formulata dall'attore di € 16.36 1,15 obiettando che la propria fiduciaria in sede di sopralluogo aveva stimato i danni in € 4.380,00 cui doveva poi applicarsi la franchigia contrattuale di € 150,00.

La domanda attorea è fondata e va accolta.

In vero non vi è contestazione sulla legittimazione delle parti in virtù detta polizza assicurativa da esse contratta. Per quanto riguarda la sussistenza e la causale dei danni, essi possono ritenersi senz'altro accertati in virtù delle chiare ed inequivocabili risultanze detta ATP redatta dal consulente d'ufficio arch. Ersilia Andreozzi che vanno pienamente condivise per la completezza ed adeguatezza degli accertamenti e rilievi compiuti da detto tecnico, nonché per la congruenza con la documentazione prodotta in giudizio.

Tali risultanze trovano inoltre piena conferma nelle inequivoche, specifiche e concordi dichiarazioni rese dai due testimoni escussi.

Alla luce di tali espletati mezzi di prova può ritenersi accertato che i danni all'appartamento, così come descritti specificamente dal ctu in sede dì ATP (da pag. 7 a pag. 11) e suffragati dai rilievi fotografici acquisiti, nonché dalle deposizioni testimoniali, furono cagionati dalla rottura in più punti delle tubazioni dell'acqua calda collocate tra il solaio del terzo piano e la controsoffittatura dei secondo piano dell'appartamento in questione (vedi ATP pagg. 7 e Il).

Trattasi pertanto di fattispecie pienamente rientrante nella copertura assicurativa ricomprendente i danni provenienti da acqua condotta a seguito di rottura accidentale di pluviali e grondaie, impianti idrici, igienici o di riscaldamento.

Al riguardo è solo ìl caso di osservare che nessuna risultanza processuale e probatoria induce, di contro, a ritenere che dette infiltrazioni siano dovute non già a rotture accidentali bensì ad uno stato di degrado degli impianti dovuto a vetustà.

Per quanto concerne infine la quantificazione dei danni, anche per essa debbono farsi proprie le conclusioni cui è pervenuto il CTU in sede di ATP in considerazione della completezza ed adeguatezza degli accertamenti svolti e a coerenza sul piano tecnico e logico-giuridico delle valutazioni espresse dal CTU a seguito del circostanziato esame di tutti i vani ed aree costituenti l'immobile in questione.

Tali danni possono essere quindi quantificati in € 16.361,15 alla data della ctu del 10.10.2012 (vedi CTU pag. 11 e 12 ed allegato 5 computo metrico estimativo), e per tale importo va dunque riconosciuto l'indennizzo contrattuale dovuto, decurtati € 52,00 previsti a titolo di franchigia secondo le condizioni di polizza, ed oltre interessi legati codicistici dalla data di tale quantificazione dal 10.10.2012 al soddisfo.

Nessuna sottoassicurazione del fabbricato rispetto al preteso maggior valore reale dello stesso, infine, si desume dagli atti e documenti di causa, né tale elemento poteva essere accertato tramite prova testimoniale, così come richiesto dalla convenuta, implicando un accertamento tecnico ed una valutazione non demandabile a testimoni.

La convenuta assicuratrice va pertanto condannata al pagamento delta somma di € 16.309,15 oltre interessi legali codicistici dal 10. 10.2012 al soddisfo.

Le spese processuali di parte attrice, comprese quelle già liquidate di ATP pari ad € 2.500,00, seguono la soccombenza della convenuta e si liquidano a carico di quest'ultima come da dispositivo ai sensi del DM 5512014, applicati per ciascuna fase di giudizio i valori medi tabellari con riferimento al valore della causa (scaglione da € 5.200 ad € 26.000).

P.Q.M.

11 Tribunale di Napoli, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, così provvede:

A) Condanna Generali Italia Spa, già ma Assitalia Spa, al pagamento in favore di XXXXXXXX della somma di € 16.309,15, oltre interessi legali codicistici ex art. 1284 cc dal 10. 10.2012 al soddisfo;

B) Condanna Generali Italia Spa, già ma Assitalia Spa, al pagamento in favore di XXXXXXXX delle spese processuali che liquida in € 2.500,00 per spese di CTU di cui al giudizio di ATP, € 381,00 per ulteriori esborsi relativi ad entrambi i procedimenti, € 2.225,00 per compensi di avvocato del giudizio di ATP, ed € 4.835,00 per compensi di avvocato del presente giudizio, oltre rimb. forf. del 15 % sui compensi di avvocato, iva e cpa con attribuzione dei compensi di avvocato Biancamaria Carusio dichiaratasi anticipataria.

Napoli, 04.05.2017

il Giudice monocratico

dott. Paolo Mariani

Ultimo aggiornamento ( Martedì 06 Marzo 2018 18:18 )
 

La Corte di Cassazione riconosce il diritto al risarcimento per i medici specializzandi "a cavallo"

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 02 Febbraio 2018 14:44 ) Leggi tutto...
 

Il Garantievertrag: autonomizzazione del rapporto di garanzia

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 17 giugno 2013, n.15108

MASSIMA

1. Ai fini della configurabilità di un contratto autonomo di garanzia oppure di un contratto di fideiussione, non è decisivo l’impiego o meno delle espressioni “a semplice richiesta” o “a prima richiesta del creditore”, ma la relazione in cui le parti hanno inteso porre l’obbligazione principale e l’obbligazione di garanzia.2. La caratteristica fondamentale che distingue il contratto autonomo di garanzia dalla fideiussione è l’assenza dell’elemento dell’accessorietà della garanzia, insito nel fatto che viene esclusa la facoltà del garante di opporre al creditore le eccezioni che spettano al debitore principale, in deroga alla regola essenziale della fideiussione, posta dall’art. 1945 c.c..



CASUS DECISUS

Con sentenza in data 30.10.2007 la Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale di Lodi in data 13.07.2004 di rigetto dell'opposizione a decreto ingiuntivo di pagamento di L. 1.693.453.533 oltre accessori, emesso dal Tribunale in data 13.06.2001 su ricorso dell'Azienda Ospedaliera di Melegnano (oggi Azienda Ospedaliera - Ospedale Circolo di Melegnano, di seguito brevemente Azienda Ospedaliera) nei confronti della SIC Società Italiana Cauzioni s.p.a. (di seguito, brevemente, SIC s.p.a.) in forza di polizze rilasciate da quest'ultima in data (omissis) a garanzia dell'adempimento da parte della s.p.a. ICEA (poi fallita) degli obblighi e oneri inerenti la costruzione del nuovo Padiglione Malattie Infettive presso il P.O. di (omissis) ; polizze escusse dall'Azienda Ospedaliera a seguito dell'abbandono dei lavori di appalto da parte della ICEA.
Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione la s.p.a. SIC, svolgendo quattro motivi, illustrati anche da memoria.
Ha resistito l'Azienda Ospedaliera, depositando controricorso.



TESTO DELLA SENTENZA


CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 17 giugno 2013, n.15108 - Pres. Petti – est. Ambrosio

Motivi della decisione

1. Il ricorso - avuto riguardo alla data della pronuncia della sentenza impugnata (successiva al 2 marzo 2006 e antecedente al 4 luglio 2009) - è soggetto, in forza del combinato disposto di cui al d.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 27, comma 2 e della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 58, alla disciplina di cui agli artt. 360 cod. proc. civ. e segg. come risultanti per effetto del cit. d.Lgs. n. 40 del 2006.

1.1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione dell'art. 1362 cod. civ., nonché degli artt. 1939 e 1945 cod. civ. (art. 360 n.3 cod. proc. civ.); omessa e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 n.5 cod. proc. civ.). Al riguardo parte ricorrente - contestando la qualificazione di contratto autonomo di garanzia operata da entrambi i giudici del merito, relativamente alle polizze fideiussorie escusse dall'Azienda Ospedaliera - deduce che “il fatto controverso” su cui la Corte territoriale ha omesso di motivare è la mancanza di una clausola con la quale il fideiussore rinuncia a sollevare le eccezioni che spettano al debitore principale con riguardo all'obbligazione garantita; mentre in relazione alla censura di violazione di legge formula i seguenti quesiti: a) “se viola l'art. 1362 cod. civ. la sentenza che, nell'interpretare il contratto secondo la comune intenzione delle parti, giunge all’individuazione della fattispecie legale (contratto autonomo di garanzia) alla quale non sono tuttavia riconducibili gli elementi di fatto concretamente accertati”; b) “se viola gli artt. 1939 e 1945 (cod. civ.) la sentenza che, in assenza di qualsiasi previsione contrattuale in ordine alla rinuncia del fideiussore a far valere, nei confronti del beneficiario, le eccezioni del debitore principale, configura, tuttavia, la polizza fideiussoria come contratto autonomo di garanzia e non già come fideiussione”.

1.2. Va premesso che l'accertamento relativo alla distinzione, in concreto, tra contratto di fideiussione e contratto autonomo di garanzia è questione riservata al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità esclusivamente per violazione dei canoni legali di ermeneutica ovvero per vizio di motivazione (Cass. 15 febbraio 2011, n. 3678). Più in generale si rammenta che l’interpretazione del contratto, dal punto di vista strutturale, si collega anche alla sua qualificazione e la relativa complessa operazione ermeneutica si articola in tre distinte fasi: a) la prima consiste nella ricerca della comune volontà dei contraenti; b) la seconda risiede nella individuazione del modello della fattispecie legale; c) l'ultima è riconducibile al giudizio di rilevanza giuridica qualificante gli elementi di fatto concretamente accertati. Le ultime due fasi, che sono le sole che si risolvono nell'applicazione di norme di diritto, possono essere liberamente censurate in sede di legittimità, mentre la prima - che configura un tipo di accertamento che è riservato al giudice di merito, poiché si traduce in un'indagine di fatto a lui affidata in via esclusiva - è normalmente incensurabile nella suddetta sede, salvo che nelle ipotesi di motivazione inadeguata o di violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, così come previsti negli artt. 1362 e seguenti cod. civ. (Cass. 7 dicembre 2005, n. 27000). Inoltre, quando è denunciata la violazione dei canoni di ermeneutica contrattuale in sede di legittimità, è necessaria la specifica dimostrazione del modo in cui il ragionamento seguito dal giudice di merito abbia deviato dalle regole nei detti articoli stabilite (ex plurimis, cfr. Cass. 4 giugno 2007, n. 12946); mentre la denunzia del vizio di motivazione implica la puntualizzazione dell'obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento svolto dal giudice di merito, non potendo nessuna delle due censure risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione (ex plurimis Cass. 13 dicembre 2006, n.26683).

1.3. Orbene la sentenza impugnata ha qualificato le polizze in oggetto nell'ambito del contratto autonomo di garanzia, privilegiandone gli elementi di cui ha dato conto, sia nella loro specificità che nella loro sintesi, valorizzando il dato letterale e il contenuto complessivo delle clausole pattizie e segnatamente evidenziando:

a) la precisa correlazione esistente tra l'art. 5 delle condizioni di contratto (a tenore del quale il pagamento da parte della Società garante “sarà effettuato entro il termine massimo di trenta giorni dal ricevimento della richiesta scritta dell'Ente garantito... dopo un semplice avviso alla Ditta obbligata, che nulla potrà eccepire alla Società in merito al pagamento stesso”) e il successivo art. 6 (a tenore del quale “la ditta obbligata si impegna a rimborsare la semplice richiesta tutte le somme da questa versate.. con espressa rinuncia ad ogni e qualsiasi eccezione, comprese quelle previste dall'art. 1952 c.c.”);

b) l'inidoneità della differente portata letterale delle due clausole (dovuta all'uso del termine “a semplice richiesta”, solo nella seconda clausola, a differenza della prima dove si parla solo di “richiesta scritta”) a suggerire una differente disciplina dei due rapporti garante-debitore e garante-creditore, cui sono rispettivamente riferite, a fronte dell'argomento logico-sistematico, ben più pregnante, tratto dal testo dell'art. 6, secondo cui - se le eccezioni relative al rapporto principale non possono essere fatte valere dal debitore principale né per impedire il pagamento da parte del garante né per contrastare la propria conseguente obbligazione di rimborso - parallelamente le stesse eccezioni risultano indifferenti rispetto all’obbligazione del garante nei confronti del beneficiario;

c) l’inequivoco riferimento, nella stessa definizione adottata dalle parti (polizza fideiussoria per cauzione a garanzia di contratto d'appalto di costruzione), alla figura della cauzione, di per sé rappresentativa di una garanzia autoliquidabile da parte del creditore principale indipendentemente dalle contestazioni del debitore principale, così sottolineandosi il carattere di garanzia 'a prima richiesta' (id est, senza riserva alcuna);

d) la funzione sostitutiva della cauzione prevista in materia di contratti d'appalto, siccome idonea a disvelare in senso tranciante la natura non già risarcitoria, ma di garanzia reale generica finalizzata ad assistere le ragioni di credito che sorgono dal contratto a favore dell'amministrazione committente.

1.4. Contrariamente a quanto opinato da parte ricorrente la motivazione che illustra l'articolato tessuto argomentativo è esauriente e congrua, nel rispetto dei criteri legali di ermeneutica, a cui riguardo viene prospettato in senso generico il vizio di violazione di legge. La qualificazione giuridica che ne consegue risulta correttamente orientata, in difetto di espresso richiamo contenuto nelle polizze controverse alla disciplina tipica della fideiussione, nel segno della valorizzazione di dati altamente significativi dell'autonomia della garanzia.

In particolare l'esclusione della legittimazione del debitore principale a chiedere che il garante opponesse al garantito le eccezioni scaturenti dal rapporto principale e la rinuncia ad opporre eccezioni di sorta al garante che, dopo il pagamento, avesse agito in regresso costituiscono un sicuro indice di una deroga alla normale accessorietà della garanzia fideiussoria, nella quale il garante ha invece l'onere di preavvisare il debitore principale della richiesta di pagamento del creditore (art. 1952 co. 2 cod. civ.), all'evidente scopo di porre il debitore in condizione di opporsi al pagamento, qualora esistano eccezioni da far valere nei confronti del creditore; mentre l’interpretazione 'simmetrica' dell'altra clausola, regolante il rapporto tra garante e garantito, è del tutto in linea con una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte, (Cass., 21 aprile 1999, n. 3964; (così Cass. n. 8324/01; n. 7502/04; n. 14853/07; 5526 del 2012), secondo cui ritenere che il garante possa opporre al creditore eccezioni connesse al rapporto principale, precluse invece al debitore in sede di regresso, significherebbe accettare l'idea di una polizza che garantisce il garante più ancora del creditore a cui favore la garanzia e prestata.

L'interpretazione letterale trova, del resto, riscontro nell'indagine, che il giudice di merito ha svolto riguardo alla comune intenzione dei contraenti di apprestare una garanzia 'sostitutiva' della cauzione e come tale comportante per l'ente appaltante la facoltà di procedere ad immediata riscossione delle somme del tutto simile a quella dell'incameramento di una somma di denaro a titolo di cauzione.

1.4. Si rammenta che il recente arresto delle S.U. di questa Corte n. 3947/2010, intervenuto nelle more del presente giudizio, ripercorrendo la funzione genetica e funzionale della figura contrattuale in oggetto, ne ha valorizzato la funzione satisfattiva delle ragioni della stazione appaltante, alla quale viene attribuito il potere di escutere la garanzia in via di autotutela, per incamerarne l'importo, all'esito di un accertamento da essa condotto in senso esclusivo, perché unilaterale e insindacabile, in ogni caso d'insolvibilità del debitore e, comunque, in caso d'inadempimento ancorché incolpevole.

Orbene il percorso esegetico che sorregge l'approdo assunto dalla Corte d'appello - rinvenendo il tratto tipico del contratto autonomo di garanzia nel regime delle azioni di rivalsa dopo l'avvenuto pagamento e correlativamente evidenziando la funzione delle fideiussioni, pacificamente destinate a sostituire la cauzione prevista in materia di contratti d'appalto - è coerente con le linee tracciate dalle SS.UU. secondo cui la clausola 'a prima richiesta e senza eccezioni' dovrebbe di per sé orientare l'interprete verso l'approdo alla autonoma fattispecie del Garantievertrag, salvo il caso, che qui non ricorre, di evidente, patente, irredimibile discrasia con l'intero contenuto altro della convenzione negoziale.

In definitiva i dati convenzionali valorizzati dai Giudici di appello sono pienamente aderenti alla fattispecie del contratto autonomo di garanzia; mentre la valutazione degli elementi fattuali assunti costituisce attività di stretto merito; risolvendosi la doppia censura, motivazionale e di violazione di legge, in una semplice critica della decisione sfavorevole, funzionale all'inammissibile proposizione di una diversa e più favorevole interpretazione rispetto a quella adottata dal giudicante.

Tutto ciò si riflette ovviamente nell'apoditticità della c.d. “chiara indicazione” del preteso vizio motivazionale e nella 'circolarità' dei quesiti di diritto, che muovono da premesse assertive (quali il mancato rilievo dei tratti tipici dell'autonomia della garanzia e, segnatamente, l'assenza di una clausola di rinuncia del fideiussore a far valere le eccezioni derivanti del debitore principale) che non trovano riscontro nella decisione impugnata e, anzi, sono da essa adeguatamente smentite.

Il motivo va, dunque, rigettato.

2. Con il secondo motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1936, 1939, 1941, 1945 e 2041 cod. civ.; violazione e falsa applicazione dell'art.2909 cod. civ.; violazione e falsa applicazione dell'art. 1955 cod. civ.; omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ.).

2.1. Il motivo si incentra sulla statuizione di rigetto del secondo motivo di appello, con il quale l'odierna ricorrente deduceva la rilevanza delle vicende relative alla procedura fallimentare della debitrice principale s.p.a. ICEA, nell'ambito della quale il G.D. aveva rigettato l'istanza di insinuazione del credito azionato dalla SIC in via di surrogazione per Euro 925,247,41 (sul presupposto - per quanto si legge nella decisione impugnata - che “non risultano sufficientemente documentate le ragioni di credito del creditore originario garantito”) e, successivamente, il Tribunale aveva dichiarato inammissibile l'opposizione allo stato passivo, svolta dalla SIC con sentenza n. 503/2005.

Orbene la Corte territoriale - premesso che non erano opponibili da parte del garante le eccezioni relative alle vicende del rapporto principale, con la sola eccezione della c.d. exceptio doli, che non era stata specificamente prospettata dal garante - ha rigettato il motivo di gravame, segnatamente evidenziando: l'inconsistenza della censura, dichiaratamente formulata nell'ottica del carattere accessorio della garanzia, atteso il rilevato carattere autonomo della garanzia; l’inopponibilità alla beneficiarla della sentenza n. 503/2005 resa dal Tribunale fallimentare nei confronti della garante; l'assenza, comunque, nella citata sentenza di una specifica statuizione suscettibile di passare in giudicato, quanto alla pretesa inesistenza dei diritti del creditore principale verso l'appaltatore, trattandosi di una statuizione di inammissibilità dell'opposizione (per omessa produzione da parte della SIC dell'originale della lettera del curatore di comunicazione della mancata ammissione del credito).

2.1.1. Secondo parte ricorrente “il fatto controverso” in relazione al quale la sentenza è contraddittoriamente motivata è il riconoscimento da parte della Corte territoriale che l'Azienda Ospedaliera non era stata ammessa al passivo della garantita ICEA, stante l'inesistenza del suo credito, per avere, ciononostante, la detta Corte ritenuto che non vi era prova dell'inesistenza del credito dell'Azienda Ospedaliera; “il fatto controverso” in relazione al quale la Corte territoriale ha omesso di motivare è la rilevanza, in ogni caso, anche quale prova, della sentenza con la quale il Tribunale fallimentare di Lodi ha rigettato l'ammissione al passivo per insussistenza del credito vantato dall'Azienda Ospedaliera; infine la sentenza è insufficientemente motivata nella parte in cui non ha dato adeguato rilievo, per inferirne la perdita del diritto di regresso, al fatto imputabile al creditore Azienda Ospedaliera, rappresentato dalla mancata impugnazione dell'esclusione dallo stato passivo del fallimento ICEA. Di conseguenza la ricorrente formula i seguenti quesiti di diritto: a) “se nell'ambito di una fideiussione ex art. 1936 e seg. c.c., nonché nella fideiussione a prima richiesta, nonché ancora nel contratto autonomo di garanzia, l’accertamento dell'insussistenza dell'inadempimento del garantito da chiunque eseguito o formulato o comunque risultante da una situazione di fatto convalidata (quale è quella della incontestata mancata ammissione al passivo fallimentare) comporta l'insussistenza dell'obbligazione del fideiussore ai sensi degli artt. 1936 e 1941 c.c. che questi può liberamente eccepire al creditore ex artt. 1945 e 2041 c.c.”; b) “se l’accertamento contenuto nella sentenza pronunciata in sede di opposizione allo stato passivo fra fideiussore e fallimento del debitore principale ha efficacia vincolante ex art. 2909 c.c. nei confronti del beneficiario di polizza, il cui credito è stato escluso dallo stato passivo del fallimento del debitore principale a causa dell'insussistenza del credito insinuato”; c) “se produce l'estinzione della fideiussione ex art. 1955 c.c. il comportamento del creditore che omette di impugnare il provvedimento di rigetto della propria domanda di insinuazione al passivo del fallimento del debitore principale, circostanza che, quindi, pregiudica il diritto di regresso del fideiussore”; d) “se in presenza di una fideiussione a prima richiesta ovvero di un contratto autonomo di garanzia, l'exceptio doli può consistere nella accertata o in qualsiasi modo dichiarata inesistenza del debito garantito e nella volontaria inazione del creditore che, non impugnando l’esclusione dello stato passivo del fallimento del debitore principale, pregiudica il diritto di regresso del fideiussore”.

2.2. Il motivo e i quesiti che lo corredano accorpano una serie di questioni eterogenee, prevalentemente accomunate dall'ottica dell'accessorietà della garanzia; nessuna delle quali è idonea a comportare la cassazione della sentenza.

Innanzitutto il motivo è inammissibile per violazione dell'art. 366 n. 6 cod. proc. civ., dal momento che la norma, secondo l’interpretazione patrocinata dalle Sezioni Unite di questa Corte (cfr. sentenze 2 dicembre 2008, n. 28547 e 25 marzo 2010, n. 7161) - ponendo come requisito di ammissibilità “la specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” - richiede la specificazione dell'avvenuta produzione in sede di legittimità, accompagnata dalla doverosa puntualizzazione del luogo all'interno di tali fascicoli, in cui gli atti o documenti evocati sono rinvenibili.

Nel caso di specie parte ricorrente fonda le proprie censure su atti della procedura fallimentare - provvedimenti del G.D. relativi ai crediti insinuati, rispettivamente, dall'Azienda Ospedaliera e dalla SIC; sentenza del Tribunale fallimentare di inammissibilità dell'opposizione della SIC - ma si limita a richiamare il contenuto del provvedimento del G.D. di non ammissione del credito della SIC (“...non risultano sufficientemente documentate le ragioni di credito del creditore originario garantito”) già riprodotto nella decisione impugnata, nonché a riportare un breve stralcio della sentenza n. 503/2005, per il resto fornendo una propria personale interpretazione dei contenuti sia della cit. sentenza, sia del provvedimento del G.D. di non ammissione del credito dell'Azienda Ospedaliera (peraltro verosimilmente diverso e ulteriore rispetto al credito già 'indennizzato' dalla SIC, per la quale si era surrogata l'odierna ricorrente).

2.3. Né può farsi a meno di rilevare che la confusa e parziale esposizione dei dati documentali non è altro che il riflesso del difetto di specificità delle censure che confondendo e sovrapponendo le vicende relative all'insinuazione del credito dell'Azienda Ospedaliera e all'insinuazione del credito in cui si era surrogata la SIC -ignorano il rilievo, di per sé assorbente della decisione impugnata, laddove si evidenzia come le argomentazioni svolte dall'appellante presupponevano la natura non autonoma della garanzia oggetto di causa; con la conseguenza che il rigetto del principale motivo di gravame non poteva non coinvolgere anche il secondo.

Per le medesime considerazioni il rigetto del precedente motivo di ricorso non può non comportare anche il rigetto del presente motivo per la parte in cui si denuncia violazione di norme - quali l'art. 1936, 1939, 1941, 1945 cod. civ. - postulanti l'accessorietà della garanzia, mentre la denuncia di violazione dell'art. 2041 cod. civ. - oltre ad essere basata sulla confusa prospettazione di cui si è detto - pone una questione nuova e inammissibile.

Anche la censura di violazione dell'art. 1955 cod. civ. incorre nel rilievo di inammissibilità, per difetto di specificità, giacché ignora sia il primo (e assorbente) rilievo in punto di (in)ammissibilità della relativa eccezione formulata solo in comparsa conclusionale, sia l'ulteriore (e definitivamente tranciante) considerazione che il mancato buon esito della surrogazione della garante era riconducibile esclusivamente al comportamento della SIC per non avere documentato la tempestività dell'impugnazione, nonché alla 'strategia' adoperata dalla stessa società, per avere in sede fallimentare, come nel presente giudizio di opposizione, dedotto la pretesa accessorietà (cfr. in nota a pag. 13 della sentenza impugnata).

2.4. Soprattutto il motivo non impinge su un argomento essenziale nella motivazione della decisione impugnata, laddove si pone in evidenza vuoi l’inopponibilità della cit. sentenza del Tribunale fallimentare all'Azienda Ospedaliera (per essere terza estranea a quel giudizio), vuoi (prima ancora) l'inidoneità della medesima sentenza, in quanto contenente una pronuncia di mero rito, a costituire giudicato sostanziale (id est, la sentenza, di inammissibilità dell'opposizione, non conteneva alcun accertamento sull'insussistenza del credito, comportando solo la definitività del rigetto dell'istanza di ammissione al passivo).

La motivazione è più che congrua e non è affatto contraddittoria, atteso che una cosa è affermare che il provvedimento di rigetto dell'istanza di insinuazione nel passivo fallimentare è divenuto definitivo e altro è rilevare che la pronuncia di inammissibilità dell'opposizione avverso detto provvedimento non presupponeva, proprio per le ragioni in rito che l'avevano determinata, “alcun positivo accertamento della effettiva insussistenza, nel merito del credito principale”.

2.5. Rinviandosi, per una più compiuta disamina, a quanto si andrà a dire di seguito circa l'esigenza di una specifica articolazione e prova, in sede di merito, del carattere fraudolento od abusivo della richiesta di pagamento, le considerazioni che precedono sono dirimenti anche per la parte del motivo surrettiziamente intesa a introdurre solo in questa sede una ormai inammissibile exceptio doli.

Anche il motivo all'esame va, dunque, rigettato.

3. Con il terzo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 1362, 1363 e 1365 cod. civ.; violazione o falsa applicazione dell'art. 1957 cod. civ.; omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 nn.3 e 5 cod. proc. civ.).

3.1. Il motivo riguarda il punto della decisione in cui la Corte di appello - modificando la motivazione del primo Giudice - ha escluso che potesse essersi verificata decadenza dalla garanzia in considerazione del fatto che l'art. 5 del testo negoziale (a tenore del quale il termine semestrale di cui all’art. 1957 cod. civ. decorreva “dalla data di approvazione definitiva degli atti di collaudo dei lavoro ovvero, in caso di risoluzione anticipata del contratto per fatto e colpa della Ditta obbligata, dalla data di approvazione degli atti di collaudo della parte dei lavori eseguiti ovvero, nel caso di mancato inizio dei lavori, dalla data del provvedimento formale di risoluzione anticipata del contratto di appalto per fatto e colpa della Ditta obbligata”) non era applicabile alla fattispecie in oggetto, trattandosi di risoluzione del contratto di appalto avvenuta in data 13.06.2000 (per l'abbandono dei lavori da parte dell'appaltatore) e non essendo ancora intervenuto alla data del 7.12.2001 il collaudo dei lavori eseguiti dall'ICEA.

Nel contempo la Corte di appello - pur evidenziando che solo in sede di comparsa conclusionale parte appellante aveva postulato 'un travolgimento' delle puntuali e specifiche disposizioni di cui all'art. 5 cit. in considerazione dell'intervenuto fallimento della ICEA in data 28.09.2000 con conseguente irrilevanza della mancanza di collaudo delle opere e decorrenza del termine secondo la regola generale dell'art. 1957 cod. civ. - ha rilevato l'infondatezza della tesi difensiva, atteso il subingresso del Fallimento nei rapporti attivi e passivi facenti capo alla fallita e l’opponibilità della risoluzione del contratto di appalto, già realizzatasi alla data del 13.06.2000, antecedente alla dichiarazione di fallimento.

3.1.1. A parere di parte ricorrente “il fatto controverso” in relazione al quale la sentenza impugnata ha omesso di motivare è che, in caso di risoluzione anticipata dell'appalto, 'la scadenza dell'obbligazione principale' ex art. 1957 c.c. si verifica solo alla data della predetta dichiarazione di risoluzione e non da altri eventi. Di conseguenza formula i seguenti quesiti: a) “se viola gli artt. 1362, 1363 e 1365 c.c. il giudice che interpreta le clausole di un contratto fideiussorio senza indagare la comune intenzione delle parti o verificare il testo complessivo della fideiussione e senza tenere conto delle caratteristiche dell'obbligazione garantita, dal quale emerge che in ogni caso l'art. 1957 c.c. è applicabile anche oltre i casi espressamente elencati in maniera non tassativa nel contratto di fideiussione”; b) “se nel caso di fallimento del debitore garantito da polizza fideiussoria il termine decadenziale ex art. 1957 c.c. deve ritenersi osservato esclusivamente con la domanda di insinuazione al passivo del creditore entro sei mesi dalla di scadenza dell'obbligazione principale che, nel caso di risoluzione anticipata del contratto per inadempimento dell'appaltatore decorre dalla data di dichiarazione di risoluzione da parte della committenza pubblica”.

3.2. Il motivo, per un verso, postula un'interpretazione estensiva della clausola pattizia sopra riportata e, per altro verso, suggerisce l'applicabilità della regola generale di cui all’art. 1957 cod. civ., con la conseguenza che il dies a quo di cui all’art. 1957 cod. civ. andrebbe individuato nella scadenza dell'obbligazione principale.

In disparte il rilievo che il motivo ignora il punto della decisione in cui è evidenziata la tardività della prospettazione difensiva postulante 'il travolgimento' della specifica previsione pattizia per effetto della dichiarazione di fallimento, nessuna delle censure coglie nel segno.

Sotto il primo profilo, dell'interpretazione dell'art. 5 cit., il motivo si risolve in una censura in fatto non evidenziante testuali carenze interpretative o logiche dell'accertamento compiuto dal giudice di merito in ordine all'individuazione dello specifico ambito di applicazione della clausola di cui trattasi. L'interpretazione adottata dai Giudici a quibus è pienamente aderente al criterio di cui all'art. 1362 cod. civ. e - mentre valorizza il dato testuale della singola clausola e la specificità dei suoi contenuti tiene conto anche del testo complessivo del contratto e della natura autonoma della garanzia, come innanzi individuata. Tanto è sufficiente a precluderne il sollecitato sindacato in sede di legittimità nella quale non può trovare ingresso l'aspirazione della parte ricorrente a vedere sostituita l’interpretazione adottata con altra fondata su diverso risultato ermeneutico - quale l'ipotizzato carattere 'esemplificativo' della clausola di cui trattasi - ritenuto più rispondente all'interesse della medesima.

D'altra parte la quaestio voluntatis va risolta in una prospettiva radicalmente opposta rispetto a quella assunta dalla ricorrente, tenendo conto che la riconosciuta riconducibilità delle polizze in discussione all'archetipo della garanzia autonoma postula che il termine per l'escussione della garanzia, fissato dall'art. 1957 cod. civ. non si applica salvo che non sia previsto esplicitamente dalle parti (Cass. 28 ottobre 2010, n. 22107); con la conseguenza che la clausola in contestazione non può che essere di stretta interpretazione.

3.3. Il rilievo che precede risulta assorbente anche ai fini del rigetto della parte del motivo che attinge all'argomentazione difensiva tardivamente svolta nella comparsa conclusionale in appello; peraltro la censura incorre anche nel rilievo di aspecificità, perché omette di confrontarsi con le ragioni della decisione nel punto in cui si evidenzia l'anteriorità (e conseguente opponibilità) della risoluzione alla dichiarazione di fallimento.

Anche il presente motivo va rigettato.

4. Con il quarto motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione dell'art. 633 cod. proc. civ.; violazione o falsa applicazione dell'art. 2697 cod. civ.., nullità della sentenza, stante la non corrispondenza fra chiesto e pronunciato ex art. 112 cod. proc. civ.; omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 n. 3, 4 e 5 cod. proc. civ.). Secondo parte ricorrente “il fatto controverso” su cui la Corte di appello ha omesso qualsivoglia motivazione è l'effettiva e sostanziale proposizione della exceptio doli, tenuto conto che essa garante avrebbe sempre evidenziato l'abusiva escussione della garanzia, stante l'inesistenza del debitore garantito e, comunque, la mancata enunciazione e individuazione del danno risarcibile. Di conseguenza ai sensi dell'art. 366 bis cod. proc. civ. formula i seguenti quesiti: a) “se sussiste il vizio di omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c. laddove il giudice dichiara di non potere esaminare una eccezione (che è stata invece prospettata sia in primo che in secondo grado) per il fatto che questa non sarebbe stata formulata espressamente nelle conclusioni dell'atto di appello, pur risultando la stessa formulata espressamente nelle conclusioni dell'atto di appello, pur risultando la stessa formulata nel testo delle difese proposte”; b) “se l'art. 633 cod. proc. civ. può essere utilizzato per l’escussione di una fideiussione accessoria ad un contratto di appalto, in relazione al quale non è stato dimostrato l'inadempimento dell'appaltatore debitore principale, circostanza che costituisce il presupposto di escussione della polizza fideiussoria, né sussiste una liquidazione del danno”; c) “se il creditore opposto, nella causa di opposizione a decreto ingiuntivo, deve dimostrare la sussistenza delle ragioni di escussione della polizza e quindi l’adempimento del debitore principale, quali ragioni costituenti la loro pretesa”.

4.1. Il motivo è inammissibile per la parte in cui prospetta la violazione dell'art. 112 in relazione ai n. 3 e 5 dell'art. 360 cod. proc. civ., giacché l'omessa pronuncia su una domanda, ovvero su specifiche eccezioni della parte, integrando violazione di norma processuale, deve essere fatta valere esclusivamente a norma dell'art. 360 n. 4 cod. proc. civ., e, conseguentemente, è inammissibile il motivo di ricorso con il quale la relativa censura sia proposta sotto il profilo della violazione di norme di diritto ovvero sub specie di vizio della motivazione (v. tra numerose Cass. n. 14003 del 2004; n. 604 del 2003; n. 9707 del 2003; n. 11260 del 2000).

Il motivo è, inoltre, manifestamente infondato in relazione all'art. 360 n. 4 cod. proc. civ., avendo la Corte di appello, innanzitutto evidenziato che l’exceptio doli non era stata specificamente prospettata dall'appellante (cfr. pag. 10 della sentenza) e, in termini più diffusi, ribadito che “a diversa conclusione potrebbe giungersi solo laddove la prospettazione dell'appellante riguardasse (non tanto la lamentata carenza di prova in ordine alla sussistenza - nel rapporto principale tra l’AZIENDA committente e l’appaltatrice ICEA - di ragioni risarcitorie, ma invece) la dimostrazione di situazioni in concreto rilevanti ai fini della configurazione di exceptio doli in riferimento al rapporto di garanzia autonomamente corrente tra l’AZIENDA e la garante SIC: dimostrazione in quanto tale nemmeno adombrata dalla appaltante, come già ritenuto dal Tribunale con motivazione anch'essa non attaccata specificamente da alcun diretto motivo di censura” (cfr. pag. 16 della sentenza).

Valga considerare che proprio dalle allegazioni in ricorso risulta evidente che l'impostazione difensiva dell'odierna ricorrente in sede di merito poggiava non già sull'esistenza di un comportamento doloso della beneficiarla, bensì sulla natura accessoria della garanzia da cui sarebbe derivata l’opponibilità del mancato accertamento dell'inadempimento dell'appaltatore e il difetto di prova dei danni della committente; il che è questione diversa dall'exceptio doli.

Presupposto della fondatezza di detta eccezione è, infatti, che sia evidente, certo ed incontestabile il venir meno del debito garantito per pregressa estinzione dell'obbligazione principale o per altra causa, ovvero l'inesistenza del rapporto garantito; inoltre l'eccezione avrebbe richiesto la prova, da fornirsi dalla garante, odierna ricorrente, dello scopo fraudolento dell'attivazione della garanzia da parte dell'Azienda Ospedaliera (cfr., sull'obbligo del garante di fornire la prova certa ed incontestata dell'esatto adempimento del debitore ovvero della nullità del contratto garantito o illiceità della sua causa: Cass. 21 aprile 1999, n. 3964; Cass. 24 aprile 2008, n. 10652/08, Cass. 12 dicembre 2008, n. 29215). In particolare l'abusività della richiesta della garanzia, ai fini dell'accoglimento dell'exceptio doli, deve risultare prima facie (cfr. Cass 11 maggio 2012, n. 7320) o comunque da una prova c.d. liquida, cioè di pronta soluzione (cfr., sull'obbligo del garante di fornire la prova certa ed incontestata dell'esatto adempimento del debitore ovvero della nullità del contratto garantito o illiceità della sua causa, Cass. n. 3964/99 cit.; n. Cass. 10652/08 cit.).

Nel caso di specie, prima ancora che la prova, è mancata l'allegazione di una situazione di tal fatta, come evidenziato da entrambi i giudici del merito e come, peraltro, conclamato dalla natura dei quesiti, sub b) e c), chiaramente evocanti, non già l’exceptio doli, ma l'accessorietà della garanzia.

In conclusione il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo alla stregua dei parametri di cui al D.M. n. 140 del 2012, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 20.200,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi) oltre accessori come per legge.

 

Fonte: www.neldiritto.it

Ultimo aggiornamento ( Martedì 30 Gennaio 2018 17:56 )
 
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