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Sent. Cass n.6632/2008: basta la mera "occasionalità necessaria" per la responsabilità ex 2049 c.c.

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 18 gennaio – 12 marzo 2008, n. 6632

(Presidente Di Nanni – Relatore Federico)

Motivi della decisione

Va disposta preliminarmente la riunione dei ricorsi ex art. 33 5 c.p.c.

Ricorso n. 6637/04.

Con il primo motivo i ricorrenti lamentano l'insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, per avere la Corte di merito trascurato di valutare adeguatamente numerosi elementi tali da determinare in essi la legittima convinzione che l'operazione de qua si fosse perfezionata all'interno dell'azienda di credito e delle mansioni espletate in essa dal L..

Con il secondo motivo lamentano la violazione dell'art. 2049 cc e l'insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo, avendo erroneamente la Corte dì merito escluso la responsabilità indiretta ex art. 2049 cc della banca, per non aver immotivatamente ravvisato nel caso di specie che le mansioni affidate al dipendente avevano reso possibile il compimento dell'illecito.

I due motivi, che possono esaminarsi congiuntamente per la loro stretta ed obiettiva connessione, sono fondati .

Si rileva, infatti, che il rigetto - da parte della Corte territoriale - di tutte le domande proposte dagli odierni ricorrenti nei confronti della banca resistente, ora Unicredito Italiano s.p.a., non risulta sorretto da un apparato argomentativo che appaia assolutamen­te coerente ed immune da vizi logici.

Ed invero, la Corte napoletana, pur essendosi mossa correttamente, nell'esposizione delle ragioni poste a fondamento della sua decisione, da elementi di fatto ritenuti come pacifici tra le parti, e cioè la consegna in data 7.6.90 a L. R., funzionario dell'allora Banco di S. Spirito, di un assegno di £ 120 milioni da parte degli odierni ricorrenti per una operazione di finanziamento particolarmente lucrosa dallo stesso loro prospettato e, quindi, il successivo accredito sul conto corrente dei medesimi dell'importo di £ 163.500.000 ad opera dello stesso L. (mediante prelievo dai conti correnti di terzi estranei) , ha tratto da tali circostanze conclusioni affrettate ed immotivate, dando per scontato che i ricorrenti fossero consapevoli del prelievo della somma predetta dai conti correnti di quei terzi estranei.

Né la sentenza impugnata indica le prove certe ed inoppugnabili di questa consapevolezza (che, ove dimostrata, ne avrebbe fatto piuttosto i correi del L. nelle malversazioni commesse dal L.), facendo invece riferimento ad un singolo passaggio della comparsa di costituzione in appello dei ricorrenti (v. pag. 11 della sentenza gravata).

Anche l'affermato convincimento della Corte di merito che nel caso di specie l'intera operazione finanziaria si sia perfezionata all'esterno dell'azienda di credito ed al di fuori delle mansioni in essa svolte dal L. non poggia su una esauriente e soddisfacente motivazione, che ha trascurato di valutare il ruolo preciso ed in concreto svolto nella vicenda in questione dal L., dipendente della banca con funzioni e mansioni di addetto alla gestione titoli dei clienti, nonché il fatto che la somma di £ 163.500.000 venne accreditata regolarmente (almeno in apparenza) sul conto corrente dei ricorrenti (accredito comprovato dalla documentazione bancaria di movimentazione del conto stesso) e che essa venne stornata dalla banca a nove mesi di distanza dall'accredito stesso.

La sentenza impugnata non ha in realtà spiegato, in modo logico e convincente, le ragioni per le quali ha escluso che l'operazione finanziaria in questione non sia stata fatta propria, per effetto del suddetto accredito e della conseguente trasmissione agli interessati dei relativi estratti conto, dall'azienda di credito, tenuto conto anche che l'attività di gestione patrimoniale rientrava nell'ambito delle attività della banca stessa ed era oggetto di un rapporto da tempo in essere con gli odierni ricorrenti, né ha spiegato ragionevolmente i motivi per cui ha ritenuto che le mansioni in concreto svolte dal L. nell'ambito dell'azienda di credito non abbiano reso possibile o comunque agevolato il fatto generatore del danno.

L'insufficiente motivazione su quest'ultimo punto investe un presupposto essenziale della responsabilità indiretta del committente per fatto dannoso del dipendente ex art. 2049 c.c., e cioè l'esistenza di un nesso di occasionalità necessaria tra l'illecito ed il rapporto che lega i due soggetti, nel senso sopra precisato che l'incombenza svolta dal dipendente abbia determinato una situazione tale da agevolare e rendere possibile il fatto illecito e l'evento dannoso (v. Cass. n. 4951/02).

Poiché è stato ritenuto da questa Corte che detto rapporto di occasionalità necessaria deve intendersi esistente "anche se il dipendente abbia operato oltre i limiti delle sue incombenze, o persino trasgredendo gli ordini ricevuti, purché sempre entro l'ambito delle proprie mansioni" (Cass. n. 2574/99), ne deriva che la sentenza impugnata sia incorsa nella violazione del citato art. 2049 cc laddove essa ha concluso per l'esclusione nel caso di specie della sussistenza di quel nesso di occasionalità necessaria per la presenza, nella condotta del dipendente infedele, di elementi "di anomalia" rispetto al corretto e normale esercizio delle mansioni di un dipendente addetto alla gestione titoli della clientela.

Tali elementi menzionati alle pagg. 15 - 17 della sentenza impugnata non escludono, però, in conclusione, che nel suo complesso l'attività espletata dal L. e generatrice del danno sia comunque riferibile alle mansioni svolte dal medesimo per conto dell'azienda di credito, mancando in ogni caso un'adeguata e valida motivazione in ordine all'esclusione di tale riferibilità.

Il ricorso va, dunque, accolto.

Ricorso n. 9735/04.

Con l'unico motivo la controricorrente lamenta la violazione dell'art. 91 c.p.c., per avere integralmente compensato tra le parti le spese del giudizio di secondo grado, malgrado la soccombenza totale delle controparti, ed avere omesso di pronunciarsi sulle spese del primo grado, così di fatto compensando anche queste ultime.

Il ricorso resta assorbito per effetto dell'accoglimento del ricorso principale.

La sentenza impugnata va conseguentemente cassata in relazione al ricorso principale accolto, con rinvio della causa alla Corte di Appello di Milano in diversa composizione, che si atterrà ai criteri di giudizio sopra indicati e provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi, accoglie il ricorso principale, assorbito quello incidentale, cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso accolto e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte di Appello di Milano in diversa composizione.

Ultimo aggiornamento ( Domenica 28 Febbraio 2010 14:32 )  

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 17 novembre 2008 - 13 gennaio 2009, n. 469

(Presidente Varrone - Relatore Petti)

Svolgimento del processo

Il **** A. N. partoriva presso l'ospedale **** il piccolo G., totalmente paraplegico. Con citazione del 27 maggio 1994, i coniugi M., nell'interesse proprio e del minore, convenivano dinanzi al Tribunale di Como la USSL n. **** e ne chiedevano la condanna al risarcimento danni patrimoniali, biologici, non patrimoniali. La USLL si costituiva e contestava il fondamento delle domande. La causa era istruita documentalmente e con consulenza medico legale sul neonato e sulle condizioni psicofisiche dei genitori.

Il Tribunale di Como, con sentenza del 18 ottobre 2001, accertava la responsabilità dei sanitari dell'ospedale in ordine alle lesioni gravissime per colpa e liquidava i danni complessivamente in lire 2.737.281.000 ai valori attuali, condannando l'ente convenuto alle spese del grado.

La decisione era appellata dai coniugi M. in punto di ridotta liquidazione del danno (sette motivi) e dall'ente soccombente con appello incidentale sulla ritenuta eccessiva valutazione dei danni.

La Corte di appello di Milano, con sentenza del 14 maggio 2004 così decideva: rigetta l'appello principale, accoglie in parte quello incidentale e ridetermina i danni nella minor somma di lire 2.037.281.000, con interessi decorrenti dal 18 ottobre 2001, compensando tra le parti le spese del grado.

Contro la decisione ricorrono i M. con tre motivi di censura illustrati da memoria; resiste l'azienda ospedaliera con controricorso e ricorso incidentale illustrato da memoria.

I ricorsi sono stati previamente riuniti.

Motivi della decisione

Il ricorso principale merita accoglimento per il primo motivo, essendo infondati gli altri; deve invece essere rigettato il ricorso incidentale, per le seguenti considerazioni.

A. ESAME DEL RICORSO PRINCIPALE DEI CONIUGI M..

Per chiarezza espositiva precede l'esame dei motivi infondati:

nel secondo motivo si deduce l'error in iudicando ed il vizio della motivazione per il danno patrimoniale emergente e futuro al minore G. (nato il ****) ridotto da lire 960 milioni a 700, sul rilievo (ff. 5 della motivazione) che al giovanetto compete una indennità permanente di accompagnamento e l'assistenza gratuita. Si assume nella censura che la corte avrebbe errato nella capitalizzazione anticipata dell'importo e nella applicazione del coefficiente di riduzione, così riducendo sostanzialmente il danno, con errore di calcolo.
Il motivo, nella sua formale articolazione, che consiste nel sostenere le due censure di error in iudicando (per la violazione del principio del risarcimento integrale del danno patrimoniale emergente e futuro) e di vizio della motivazione (per l'errore di calcolo), non consente il suo accoglimento. Ed in vero, essendo la valutazione di tale danno pronunciata secondo equità, sulla base dell'art. 2056 del codice civile, che richiama gli articoli 1223, 1224 e 1227 del codice civile, il denunciato error in iudicando attiene ad un parametro equitativo, che appartiene alla prassi valutativa della corte milanese, e di per sé non evidenzia un errore giuridico tale da pregiudicare il ristoro dei danni; inoltre l'errore di calcolo, se vi è stato, dà luogo alla procedura di cui all'art. 391 bis terzo comma del cod. proc. civile, mentre qui viene denunciato come vizio della motivazione.
Resta pertanto ferma, in quanto giuridicamente corretta, la statuizione sul punto da parte della Corte di appello.

Nel terzo motivo si deduce l'error in iudicando ed il vizio della motivazione, in relazione al risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante alla madre N. A., la quale ha dovuto scegliere un lavoro part-time per poter assistere il figlio menomato.

Il motivo è generico, non viene neppure indicata l'attività lavorativa pregressa e quella successiva all'evento, e pertanto resta ferma la statuizione sul punto, da parte della Corte di appello (v. ff. 6 della motivazione).
Fondato è invece il primo motivo in cui si deduce “Violazione e falsa applicazione dell'art. 2059 nell'interpretazione data dalle SU n. 9556/2002, ed il contestuale vizio di motivazione su punto decisivo in relazione al danno morale da riconoscersi ai genitori del macroleso.

Il motivo è da accogliere sia in considerazione del dictum delle citate SU civili n. 9556 del 2002, che hanno riconosciuto il diritto al risarcimento del danno ingiusto, direttamente ed immediatamente subito dai genitori del macroleso, in relazione alla gravità del fatto reato; sia in considerazione del recentissimo arresto delle SU civili, nella prima delle sentenze gemelle del 2008 (SU sentenza 11 novembre 2008 n. 26972) che si occupa di una fattispecie di responsabilità professionale per lesione della salute, con una vincolante (per questa sezione civile) puntualizzazione in ordine al nuovo dimensionamento del danno non patrimoniale (punto 2 della sentenza n. 26972) in adesione alle sentenze innovative di questa stessa sezione (nn. 8827 e 8828 del 2003) sulla necessità di una lettura costituzionalmente orientata e dogmaticamente sistemata, dell'art. 2059 del codice civile.

Ha dunque errato, violando la regula iuris del diritto al risarcimento del danno morale, iure proprio, che spetta ai genitori della vittima primaria, la Corte milanese, che delibera nell'aprile 2004, contestando l'indirizzo evolutivo della Corte di legittimità, già convalidato dalla Corte Costituzionale, per attestarsi su una interpretazione restrittiva e incostituzionale, con una pronuncia incoerente e meritevole di annullamento. La Corte di appello milanese è dunque vincolata, in sede di rinvio, al rispetto del seguente principio di diritto: nella fattispecie di illecito sanitario (per responsabilità aquiliana o contrattuale, nel rispetto del principio del devolutum) da cui derivi una lesione gravissima alla salute del neonato, il danno morale richiesto iure proprio dai genitori deve essere comunque risarcito (vedi punto 4.1. delle SU 26972 cit.) come danno non patrimoniale, nell'ampia accezione ricostruita dalle SU come principio informatore della materia (vedi punto 3.12 delle SU 26972 cit.). Il risarcimento deve avvenire secondo equità circostanziata (art. 2056 cc), tenendosi conto (punto 4.8 delle SU cit.) che anche per il danno non patrimoniale il risarcimento deve essere integrale, e tanto più elevato quanto maggiore è la lesione che determina la doverosità dell'assistenza familiare ed un sacrificio totale ed amorevole verso il macroleso (vedi punto 4.9 delle SU citate).

B. ESAME DEL RICORSO INCIDENTALE DELL'AZIENDA OSPEDALIERA.

Il ricorso non merita accoglimento:

è inammissibile il primo motivo dove si deduce come vizio della motivazione una ultrapetizione (in punto di liquidazione del danno patrimoniale futuro a neonato), dovendosi invece dedurre uno specifico error in procedendo, onde consentire il controllo degli atti e delle pretese;

infondato, in quanto privo di referenzialità e generico, il secondo motivo in cui si tenta ancora una volta, di ridurre l'entità del risarcimento, che è stato ingiustamente ridimensionato e comunque dovrà essere nuovamente rideterminato tenendo conto della rilevante posta risarcitoria del danno morale da liquidarsi ai genitori.

L'accoglimento del primo motivo del ricorso principale determina la cassazione con rinvio alla Corte di appello di Milano, vincolata al rispetto dei principi di diritto come sopra indicati, che provvederà anche in ordine alle spese di questo giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi, accoglie il primo motivo del ricorso principale, rigetta gli altri, rigetta il ricorso incidentale, cassa in relazione e rinvia alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione, anche per le spese di questo giudizio di cassazione.

 

fonte: www.altalex.com 

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